ODISSEA, COME NOLAN RACCONTA IL PRESENTE ATTRAVERSO UN POEMA MILLENARIO
Che cosa rende una storia nata tremila anni fa ancora così profondamente legata al nostro presente?
Nolan porta sullo schermo l’Odissea, il viaggio di Ulisse, partito da Itaca e tornato in patria soltanto vent’anni dopo. Il poema è universalmente conosciuto, così come lo sono le vicende del suo ingegnoso protagonista: l’ideatore dello stratagemma del cavallo che consente la conquista di Troia, l’uomo che affronta Polifemo, Circe, Calipso e innumerevoli prove prima di riabbracciare Penelope e il figlio Telemaco. Ma il film di Nolan non si concentra tanto sul desiderio di Ulisse di ritornare dalla propria famiglia e nella sua terra, quanto sul percorso interiore che lo conduce a prendere piena coscienza delle proprie azioni e delle conseguenze che esse hanno generato.

Il viaggio di Ulisse diventa una riflessione sulla responsabilità
Naturalmente questa è la mia interpretazione della rilettura che Nolan propone dell’Odissea e del modo in cui, a mio avviso, dialoga con il poema di Omero.
Ulisse è tormentato dal peso della distruzione di Troia e comprende come dieci anni di odio, consumati sulle spiagge davanti alla città, abbiano trovato sfogo in un’unica notte di violenza e devastazione. Ciò che nel poema rappresenta la sua più brillante intuizione, nel film diventa invece la violazione di una legge divina destinata a provocare la fine della civiltà.
È proprio la frattura dei fragili legami tra gli uomini, provocata dall’infrazione delle leggi divine e umane, ad aver aperto la strada al dominio della forza bruta, segnando il crollo della convivenza civile e della stessa civiltà.
Nel corso del film ricorre spesso il riferimento alla legge di Zeus: il dovere di dare sepoltura ai morti, oppure quello di accogliere lo straniero e il mendicante. Ma, con il susseguirsi degli eventi, quelle leggi perdono progressivamente valore e diventano sempre più facili da violare. E quando gli uomini non riconoscono più leggi condivise, quando vengono meno regole comuni, resta soltanto la legge del più forte: scompare l’umanità e rimangono solo terrore, sangue e morte.

Il messaggio dell’Odissea di Nolan parla anche del nostro presente
In questa lettura non posso fare a meno di riconoscere ciò che accade oggi tra i popoli del mondo, dove viene meno il rispetto delle regole condivise e di quel diritto internazionale che disciplina i rapporti tra gli Stati. Per questo Ulisse diventa il simbolo della consapevolezza che tutto è destinato a perdersi se non si torna a un patto di convivenza civile e si continua a lasciare impuniti coloro che invadono, saccheggiano e violentano un altro popolo.
Ma vi riconosco anche il tramonto della civiltà e della sicurezza nella convinzione che, una volta subita un’ingiustizia, qualsiasi reazione possa essere considerata lecita e giustificata. Anche uccidere, in nome della vendetta. È così che si ritorna a un mondo privo di leggi, tanto divine quanto umane.
Le differenze tra il film di Nolan e il poema di Omero
Nolan non resta del tutto fedele al poema, e non soltanto per il significato attribuito sia al viaggio sia al ritorno. Quando rientra a casa, infatti, Ulisse sa di essere diventato un uomo diverso, chiamato a rimediare agli errori commessi contro le leggi divine, come, ad esempio, non aver dato sepoltura ai morti.
Ma appartengono all’invenzione del regista anche alcuni elementi narrativi come la statuina di Atena donata da Penelope ad Ulisse e il bastoncino che decide la partenza per la guerra tra Sinone e Antinoo, destinato ad assumere nel racconto un significato simbolico.
Anche questo oggetto infatti rappresenta, in qualche modo, la rottura delle leggi degli uomini: l’infamia di una famiglia nei confronti di un’altra, più povera e al suo servizio. Il mancato rispetto della parola data diventa così disprezzo verso il principio stesso della fiducia reciproca. Un’ulteriore causa dello sfaldamento dei rapporti umani.

